Marina di Ginosa: “Lidi balneari nel caos. L’ex assessore Malvani traccia il quadro dello stallo.” Just tv

11/05/2026

Caos estate 2026 a Marina di Ginosa. Sullo sfondo resta il nodo delle concessioni balneari, una vicenda che da mesi tiene in sospeso operatori turistici, imprenditori e lavoratori stagionali. L’ex assessore Mino Malvani descrive una situazione preoccupante e di forte stallo, dove il tempo stringe ma le soluzioni definitive continuano a non arrivare.  Il risultato è un clima di grande preoccupazione tra; imprenditori, cittadini e turisti. Il Comune, ha indicato come possibile soluzione durante l’ultimo incontro, l’utilizzo dell’articolo 38 del Codice della Navigazione, che consentirebbe ai concessionari di avviare temporaneamente le attività in attesa della definizione definitiva delle concessioni. Una proposta che molti operatori non hanno accettato. Su questa vicenda il commercialista Mino Malvani ha cercato di fare un quadro semplice e completo per i tanti cittadini che ad oggi si trovano nella terra di mezzo.

Intanto domenica 17 maggio i marinesi attraverso un sit-in pacifico, si preparano a scendere in piazza, per difendere il mare, il turismo, il lavoro, ma soprattutto, il futuro della comunità.

Malvani evidenzia sul suo profilo Facebook, come questa situazione rischi di trasformarsi in un danno economico pesante per tutto il territorio: 

“I balneari italiani, per anni, hanno vissuto come certi armadi delle nonne in noce massello: solidi, e costruiti per durare in eterno. Anche a Marina di Ginosa i lidi stavano lì da decenni: stessi proprietari, stessi ombrelloni, stesse cabine, stessa geografia balneare. Cambiavano governi, colori politici e perfino le mode dei costumi, ma sulle spiagge sembrava non cambiare mai nulla.

In Italia funzionava così ovunque: la concessione scadeva e si prorogava. Alla fine era diventata una specie di rendita feudale vista mare. Nel frattempo però, l’Europa, che ha molti difetti, continuava a ripetere ossessivamente una cosa molto semplice:

“La spiaggia è pubblica e le concessioni vanno messe a gara. ”Ed è lì che è iniziato il problema.

Quasi tutti i Comuni italiani, davanti alla questione balneare, hanno adottato la più antica forma di pianificazione nazionale: “vediamo che succede”. Ovvero: la proroga.

Quella possibilità l’ha concessa lo Stato con il D.L. 131 del 2024, poi convertito nella Legge 166 del 2024, prevedendo l’estensione delle concessioni balneari fino al 30 settembre 2027, con possibilità di ulteriore slittamento fino al marzo 2028, in presenza di difficoltà tecniche, contenziosi o ritardi nelle procedure di gara.

Non è un caso se, a distanza di mesi, lo stesso Stato non appare ancora pronto a gestire pienamente la riforma: sono infatti ancora attese le linee guida nazionali che dovrebbero definire criteri, procedure e soprattutto affrontare il nodo più delicato dell’intera vicenda, quello degli indennizzi ai concessionari uscenti, chiamati non solo a lasciare le aree, ma anche a smantellare le strutture esistenti e a ripristinare lo stato dei luoghi.

La proroga, dunque, serviva a dare ai Comuni il tempo di organizzare le gare, predisporre i bandi ed evitare che metà delle coste italiane finisse paralizzata dentro una guerra infinita di ricorsi.

Mentre quasi tutti i Comuni italiani hanno scelto la strada più prudente della proroga, Ginosa è stata forse l’unica a decidere di partire subito con le gare, senza però fare davvero i conti con una delle più solide istituzioni nazionali: quella macchina burocratica e giudiziaria capace di trasformare qualsiasi riforma in una processione di carte bollate, TAR, Consiglio di Stato e contro-ricorsi degni di una causa ereditaria tra parenti stretti.

Ha cambiato così la geografia stessa della costa: nuovi lotti, nuove distanze, nuove regole, nuove strutture, dichiarando conclusa un’epoca.

Dal punto di vista amministrativo il ragionamento regge.

Purtroppo però, quando si toccano interessi economici consolidati da decenni, in Italia succede quasi sempre la stessa cosa: il finimondo.

E per capire cosa sta accadendo oggi a Marina di Ginosa bisogna fare ordine, perché tra gare, ricorsi al TAR, Consiglio di Stato e articoli del Codice della Navigazione, i lidi non sanno ancora con quale titolo aprire e i cittadini non capiscono più nulla.

La storia, semplificata, per come l'ho capita io, è questa.

Tutto parte dalla Legge 118 del 2022, quella che cambia il sistema delle concessioni balneari in tutta Italia.

Lo Stato, sotto la pressione delle norme europee, decide di cambiare strada: le concessioni non devono più essere prorogate automaticamente ma assegnate tramite gare pubbliche.

I Comuni devono pubblicare i bandi e chi intende gestire un lido deve partecipare alle gare.

Il Comune di Ginosa si muove esattamente in questa direzione e, nel 2024, avvia le procedure per l’assegnazione delle nuove concessioni demaniali marittime.

Il principio alla base della scelta è netto: il vecchio sistema concessorio viene considerato concluso e le precedenti concessioni vengono ritenute scadute al 31 dicembre 2024.

Ed è qui che nasce lo scontro.

I concessionari storici contestano l’impostazione adottata dal Comune e presentano ricorso al TAR di Lecce.

Sostengono che le gare siano state avviate con eccessiva fretta, in un quadro normativo ancora incerto, con il Piano Comunale delle Coste non ancora definitivamente consolidato e senza adeguata considerazione per un sistema costruito in decenni di attività e investimenti.

Il TAR, almeno in questa prima fase, ritiene che quei dubbi meritino attenzione.

Non annulla le gare, né dà una vittoria definitiva ai balneari, ma frena il Comune sostenendo che la situazione non sia ancora abbastanza consolidata da considerare chiusa la partita.

In pratica dice: “Le gare possono anche esistere, ma il Comune non può ancora comportarsi come se tutto fosse definitivamente deciso.”

A quel punto, il Comune di Ginosa impugna la decisione davanti al Consiglio di Stato e la vicenda cambia di nuovo.

Il Consiglio di Stato sospende la decisione cautelare del TAR e consente temporaneamente al Comune di proseguire con il percorso delle gare fino alla sentenza definitiva.

Ecco che nasce il caos attuale.

Le gare non sono né definitivamente confermate né definitivamente bloccate.

In parole povere: partite pure, ma nessuno sa ancora dove porti davvero la strada.

Nel tentativo di evitare il blocco della stagione balneare, il Consiglio di Stato ha finito però per creare una situazione molto italiana:

* il Comune non ha ancora vinto;

* i balneari non hanno ancora perso;

* nel frattempo tutti devono comportarsi come se la partita fosse già chiusa.

E così Marina di Ginosa continua a vivere dentro quella tipica terra di mezzo dove nessuno sa davvero come finirà.Nel frattempo, però, bisogna comunque investire, assumere personale, organizzare l’estate e fare finta che le certezze esistano già.E qui entra in scena il vero protagonista della vicenda: il calendario. Infatti, mentre giudici, avvocati e amministrazioni discutono, l’estate arriva, e ha pure il brutto vizio di essere puntuale. I lidi devono aprire, gli operatori devono assumere personale, bisogna montare strutture, organizzare servizi e avviare investimenti. Ma il quadro giuridico resta appeso a metà. Per evitare il blocco totale della stagione balneare, il Comune propone ai gestori di aprire utilizzando gli articoli 36 e 38 del Codice della Navigazione.

Una soluzione temporanea per consentire ai lidi di lavorare in attesa della sentenza definitiva.

Secondo il Comune, è una scelta pragmatica: si salva la stagione, si evita il caos e si prende tempo.

Il problema è che nessun imprenditore ama investire decine o centinaia di migliaia di euro dentro una situazione che somiglia più a un “vediamo come va” che a una certezza. E infatti molti operatori restano diffidenti. Anche se in molti casi i vincitori delle nuove gare coincidono con gli stessi gestori storici, nessuno si sente davvero garantito finché il Consiglio di Stato non chiuderà definitivamente la vicenda.

Le gare potrebbero essere rimesse in discussione, il quadro potrebbe cambiare. Gli articoli 36 e 38 vengono percepiti come un “titolo ponte”: temporaneo e precario.Molti balneari temono che accettare oggi di aprire con un’autorizzazione provvisoria possa significare riconoscere implicitamente proprio quel sistema che stanno ancora contestando.

Il ragionamento che fanno, è semplice: “Se apro con il titolo temporaneo previsto dal Comune, sto accettando il sistema contro cui ho fatto ricorso”. Perché dovrei farlo? E questa domanda la girano pure al primo cittadino: “Se fosse lui stesso un imprenditore balneare, accetterebbe di aprire e di investire un bel po’ di soldini in una situazione ancora così incerta?”. Il punto, spiegano numerosi concessionari, è che non si può raccontare alla città che l’apertura dipenda soltanto dalla volontà dei balneari, come se si trattasse di una scelta semplice o esclusivamente discrezionale.

Quando una scelta temporanea rischia di produrre effetti definitivi, la prudenza smette di essere paura e diventa semplicemente autotutela. Ma c’è anche un altro problema, tutt’altro che marginale. In alcuni casi sono già iniziati i lavori di rimozione delle vecchie strutture, proprio come previsto dalla nuova impostazione normativa e come lo stesso Comune aveva disposto.

Ed è qui che la situazione rischia di diventare ancora più paradossale. Oggi, infatti, attraverso i propri tecnici comunali, il Sindaco si ritrova a suggerire l’utilizzo di quelle stesse strutture per garantire alcuni servizi essenziali, come i bagni, o ipotizzare persino soluzioni temporanee come i servizi chimici. E bisogna riconoscere che una località che parla di riforme europee, gare pubbliche e modernizzazione, finendo però a interrogarsi sui bagni chimici, somiglia più a una commedia di Alberto Sordi che a una pianificazione turistica.

È qui che il sindaco entra nella fase più delicata della vicenda. Per mesi il Comune ha sostenuto che il vecchio sistema fosse ormai superato, che le gare rappresentassero il nuovo corso e che la transizione fosse irreversibile. Oggi, però, il contenzioso ancora aperto e la necessità di ricorrere a soluzioni tampone, restituiscono un quadro molto più incerto e confuso. Il Comune, dunque, non può far finta che tutto sia già definitivamente risolto. Sarebbe come celebrare un funerale, chiudere la bara e poi accorgersi che il defunto tossisce.

È proprio per questo che la vicenda non è più soltanto amministrativa o giudiziaria: è diventata inevitabilmente anche politica e ci sono pure molti sindaci italiani che osservano questa storia con estrema attenzione, quasi con curiosità scientifica, proprio per capire se il coraggio amministrativo in questo Paese venga premiato oppure trasformato nella solita maratona di ricorsi, sentenze e responsabilità scaricate su chi firma.

In definitiva, ciò che emerge da questa vicenda è forse quello che il Sindaco avrebbe dovuto prevedere sin dall’inizio: in Italia fare il pioniere è facile finché si tratta di mettersi alla guida del cambiamento, rivendicare la svolta e tagliare il nastro.

I problemi, come stiamo notando, arrivano spesso dopo, quando ci si accorge che dietro la scenografia dell’innovazione esistono norme incerte, ricorsi, contraddizioni e quella giustizia amministrativa che riesce spesso nel prodigio di decidere con calma proprio quando ormai bisognerebbe correre.

Nel frattempo, l’economia di Marina di Ginosa resta appesa all’estate.

Le case vacanza e gli alberghi aspettano turisti; i giovani aspettano i lavori stagionali; i bar, i ristoranti, le pizzerie e i commercianti aspettano di alzare le serrande. Il rischio ormai non è soltanto giuridico, è economico e sociale. E alla fine, il problema non è nemmeno stabilire chi abbia completamente ragione o completamente torto. Il problema è che il turista continua ad essere una creatura semplicissima: vuole trovare una spiaggia attrezzata, un parcheggio e una birra fresca.

Magari senza il rischio di ritrovarsi improvvisamente catapultato negli anni sessanta che, per quanto romantici e indimenticabili, obbligavano ad andare al mare trascinandosi dietro mezzo arredamento di casa: ombrellone, sdraio pieghevole, borsa frigo, panini farciti e il vecchio mangiadischi Lesa che gracchiava “Sapore di sale”. …Ma a quei tempi, era la normalità."


M.C.O.